L’unico ritardo che apprezzo

Posted on 09/04/2013 by cesare del prato in Pillole

Si tratta del ritardo nell’armonia. È l’unico ritardo che apprezzo; infatti prima di addentrarmi nelle specifiche di questo piccolo contributo, vorrei sfatare un mito. La stragrande maggioranza dei musicisti generalmente non sono ritardatari, non fanno confusione, non dimenticano gli impegni, sono persone affidabili. Sono precisi e ordinati ciascuno secondo il proprio ordine. Dunque non hanno la testa fra le nuvole. Almeno questa è stata la mia esperienza per quanto mi riguarda e per quel che ho potuto rilevare rispetto a tanti amici e colleghi musicisti con cui ho lavorato.

Per quanto possa essere fastidioso essere in ritardo in un appuntamento o aspettare qualcuno che tarda, inversamente è bellissimo aspettare la risoluzione di un accordo. O cantare o suonare la nota che le altre note sorelle dell’accordo che si sta per formare, aspettano con affetto. Il ritardo è l’attesa dolce quasi come un parto (ma molto meno impegnativo), è il momento in cui si sublima l’attesa.

Mi sta venendo voglia di scriverci un piccolo saggio, ma qui sono pillole dunque non mi addentrerò. Per avere indicazioni tecniche potete dare un’occhiata qui. Però come non citare almeno Vivaldi che con tutte le progressioni che ha sviluppato aveva praterie di ritardi da risolvere, Mozart e Beethoven e Brahms per i pianisti.

Quando cantate un ritardo ricordatevi che la nota conclusiva di risoluzione si canta più piano, come col pianoforte si fa suonando la stessa sonorità che ha raggiungo la nota precedente; quando si suona un tasto la meccanica azione un martello che colpisce le corde che vibrano; il volume del suono subito comincia a scendere. Quando si suona la nota successiva si deve cercare di dosare quel volume.

Tutto questo perché ? Perché è più bello! Sì ok, ma perché è più bello? Forse perché la nota che arriva tardi già il nostro orecchio se l’aspetta, ne è un po’ piena. Già ci aspettiamo che nota debba venire, suonandola o cantandola troppo forte si ha un senso di… troppo!

E poi perché come dicevo prima, è l’attesa che prepara la risoluzione che ha un valore intrinseco  poiché forse è sempre l’attesa di qualcosa di bello, dunque è un’attesa colma di speranza. Magari non è così, ma mi piace pensarlo, alla fine fa sì che si suoni meglio.

Nel video che segue, un paio di piccoli esempi, spero sia utile alla comprensione dei meno esperti.

Potrei inserirvi centinaia di esempi. Ne scelgo uno pieno di ritardi, solo perché quando ho suonato questo brano ho molto riflettuto sui ritardi di cui vi ho parlato. È il secondo movimento del I concerto di J. Brahms. Qui lo trovate tutto, il secondo tempo comincia circa al minuto 26. Sentitelo tutto però dalla prima nota del primo tempo, suonato da un pianista che mi piace molto e da un direttore genio.

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