Senza un granello di polvere

Posted on 04/12/2013 by cesare del prato in Notizie, Pillole

cesare a londraMi veniva da pensare in questi giorni ad una cosa circa la musica. Ossia che la musica esiste solo quando si sente. Quando qualcuno la suona, o quando la riproduce una macchina. Cioè senza tirare in ballo la filosofia ontologica, esiste la musica solo quando si sente. Una sonata di Beethoven è viva quando si ascolta altrimenti non c’è o per lo meno è solo un ricordo. La Cappella Sistina o la Gioconda invece esistono sempre, che le si ammirino o meno. Vabbè. E dunque?

E dunque mi sono ritrovato a cantare il Messiah di Hendel (classe 1746 o già di li) in quel della Royal Albert Hall, insieme a 11 miei coristi più altri 3.500 circa. Un’esperienza notevole non tanto per la qualità dell’esecuzione, comunque ottimi musicisti, organizzazione, direttore e solisti (sopratutto le donne, sopratutto la soprano), quanto per il fatto che cantare l’Alleluya celebre in 3.500 persone, tutti coristi alcuni anziani che era la 24 volta in quaranta anni che fanno questo happening, è un esperienza senza dubbio. C’era gente che “si frequentava” solo in quell’occasione, conoscendosi da anni. E venivano ogni volta da mezza europa con i pullman, per fare questa cosa. Una sera d’inverno, di domenica.

E’ la parte in cui la musica scritta nel tempo che subito è passato, torna a vivere solo per le persone, non per chi l’ha composta, per il suo mestiere, o per la sua famiglia. Non per il committente, o per lavoro. Esiste di nuovo Hendel, la sua essenza, in questo caso anche per il bisogno di persone di oggi, che condividono, che si incontrano e comunicano, così, anche attraverso questa musica. Questo lo può fare particolarmente il Coro, la musica corale. Per cui “partecipare” è senza dubbio meno impegnativo che suonando uno strumento. Ed è, come è noto, il mio principale interesse nell’ambito dell’attività corale, dove esistono principalmente le persone, il loro affetto e la loro voglia di partecipare.

Così fare musica vuol dire ricrearla, farla vivere laddove sarebbe morta. Sopratutto farla fuori dai contesti soliti, o in modalità quasi rituali, il concerto, la “prima”, il teatro. L’esecuzione del Messiah con ottocento “tenori pippe”, [cit. p. virzì..], è certamente di peggiore qualità rispetto ad un’esecuzione fatta con The Choir of King’s College di Cambridge, però è veramente tirata fuori dalla teca in cui si ammira e avere la sensazione di indossare questa opera, di prenderla per mano. (nel frattempo che io deliro voi però sentitevi questa esecuzione perfetta e meravigliosa dei succitati ragazzini..)

Per questo che mi piacciono gli oggetti sonori, gli eventi sonori tirati fuori dai loro contesti e resi disponibili ad essere indossati dalle persone. Vi aspetto ai prossimi bicchieri di musica del giovedì che ci sono proprio per questi concetti che ho cercato credo maldestramente, di esprimere.

Lascia un Commento

  • ACMT su Twitter

    @ACMarcoTaschler on Twitter
  • Video su YouTube.