La musica è un lavoro!

Posted on 01/04/2014 by cesare del prato in Pillole

575421_2832928437094_1359398765_nMi trovo spesso a far capire ad allievi coristi eccetera che noi musicisti siamo stati formati a torto a o a ragione un po’ come dei muratori, degli artigiani. Un brano di musica è un “oggetto” che mentre lo studiamo, si forma sotto le nostre mani, piano piano. Dunque noi non lo molliamo finché non viene, finché non lo possediamo interamente, dalla prima all’ultima nota. Non c’è noia nello studiare un brano anche per decenni, si perfeziona ma anche il contrario peggiora per mutare apsetto, per significare altro. La musica è un lavoro duro…

I burloni dello star system musicale, non faccio nomi (ma cognomi sì, tipo Allevi, per intenderci), continuano a disegnare il profilo del musicista come una persona un po’ di fuori, distratto, con la testa fra le nuvole, poco pratico. Nulla di più falso. i musicisti sono generalmente persone affidabili, con una capacità di problem solving eccezionale, una visione della situazione più lucida della media, una capacità di concentrazione e di padronanza nelle situazioni di stress rarissima.. Nulla di più “pratico” di un violinista che deve imparare la parte in due ore perché gli è arrivata al volo una chiamata per due prove e un concerto. E deve arrivare che tutte le note ci sono e sono fatte bene (altrimenti poi non lo richiamano, e, in questo periodo capace che non lo richiamano anche se fa tutto benissimo..!). Chi insegna poi deve anche cercare di non chiedere lavoro duro agli allievi sotto forma di costrizione, come se fosse un fatto noioso e pesante. Anzi, deve motivare, cercare di aiutare a risolvere i problemi, non a crearne in frustrazione e senso di imposizione disciplinare. Quando ero giovane i miei maestri dicevano “Questa parte va studiata di più″. ” Ma, maestro, ieri ho studiato quattro ore..!” “..ehh sono poche, fai 8 domani e vedrai che ti viene”. Quando al nono anno di pianoforte il mio maestro mi propose per suonare il concerto in la di Schumann in un concerto al conservatorio, arrivai a due mesi dal concerto che non avevo manco letto il finale, le 5 pagine del finale. Il maestro mi diede un ultimatum per la successiva lezione ; mi ridussi all’ultimo giorno e studiai ininterrottamente dalle 22 alle 7 della mattina. Andai in conservatorio, gli suonai sto benedetto finale, e poi mi misi a dormire su due banchi. Ho anche un video di quel finale..

Mio padre diceva “Se volete suonare studiate, altrimenti andate a zappare la terra, che è molto meno faticoso e molto più utile agli altri di uno che suona male..” Uomo del secolo scorso (amatissimo da tutti i suoi allievi, me compreso).

Dunque, da quando studiamo ci hanno insegnato il sacrificio. Ora ovviamente io dissento dal punto di vista didattico, è ovvio che un bravo maestro deve trovare le soluzioni, non semplicemente dire “studia di più″. I ragazzini sono abituati ad accendere un device e a entrare in un finto mondo quasi reale e..fantastico, i risultati li vogliono subito.

Anche i coristi hanno questa pulsione a volte. Cambiare i brani, fare qualche cosa di nuovo..I brani devono venire prima di tutto bene. Bene vuol dire: intonazione, memoria, espressione. Sicurezza negli attacchi e indipendenza/dipendenza tra le voci delle singole sezioni. L’esecuzione “da baretto”, ovvero quella in cui il brano viene anche quando in pochi dopo le prove si va a bere una birra e così, come si sta seduti, il pezzo viene. Allora poi si può decidere di cambiare il brano. Altrimenti non si fa musica, bensì si “parla” di musica. Ma io penso, scivolando pericolosamente nell’ontologica, che un’opera d’arte appesa nel mio salotto esiste, sta sempre lì. Che io la guardo o meno, essa sta lì, anche quando in casa non c’è nessuno. Il chiaro di luna di Beethoven esiste se io la suono, se qualcuno me la suona, o se la mando in riproduzione nel mio salotto. Altrimenti non c’è, non esiste. Sì, ok sul pianoforte c’è la partitura. Ma quella è un insieme di simboli in un codice condiviso per cui si può trasferire. L’oggetto “chiaro di luna” non c’è.

E finché non c’è, noi artigiani continuiamo a lavorarci.

Non c’è neanche quasi più il concetto di musicista come lavoratore specificatamente considerato dalla società. Un tempo mi dicevano tipo “che lavoro fai?” io rispondevo “sono un musicista”… “Ah e riesci a viverci?” e tu raccontavi cosa facevi eccetera. Ora non sento più queste domande. E’ ovvio che un musicista fa una marea di cose. E’ un dato ormai scontato. Come minimo insegna, magari in qualche scuola dove viene pagato 13€ l’ora. Oppure fa serate a manetta sottopagato.

La condizione dei lavoratori del mondo musicale è orrenda, non mi dilungherò su questo. D’altra parte ho avuto modo di esporre il mio pensiero cinque anni fa in un’intervista che non so come ebbi la possibilità di fare, e la situazione a distanza di un lustro è peggiorata, come per altro in moltissimi settori del nostro contemporaneo andare.

Seguo con interesse, ma con troppo poco tempo a disposizione, purtroppo, un gruppo su sindacato che si occupa di questi temi, si chiama S.I.A.M., Sindacato italiano Artisti della Musica che “cerca di migliorare la nostra situazione lavorativa facendo proposte come indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e altre iniziative perché pensiamo che esista una relazione direttamente proporzionale fra condizione professionale dei musicisti e qualità dell’offerta culturale ma anche fra qualità dell’offerta culturale e qualità della vita. In tutta Italia ci stiamo già muovendo per fare del SIAM una realtà sempre più concreta e attiva.” Colgo l’occasione in questo articolo per ringraziare Indiana Raffaelli e tutti coloro che animano questa attività.

La musica è un lavoro duro i cui frutti non si mangiano, non si vedono ne’ si gustano. Ma, a parte questi piccoli dettagli, sono frutti eccezionali.

One Comment

  1. carlo piletti 07/04/2014 at 16:11

    Concordo con l’affermazione che la musica è un lavoro, un lavoro duro. Forse è proprio questo concetto che è ancora distante dal mio modo di vedere le cose da allievo corista. Forse sto affrontando tutto più nello spirito dello stare insieme ad altri, come piacere puro, che come serio impegno a far “crescere” i brani su cui stiamo “lavorando”. Ma forse c’è ancora troppa carenza nelle mie conoscenze tecniche. Non lo so esattamente e non sono neanche certo di aver tarsmesso chiaramente il mio pensiero. Una cosa è certa, il tuo, di pensiero, è chiarissimo: la musica va lavorata, come va lavorato uno sport, c’è bisogno di allenamento, di studio, di strategia e di stimoli. Detto questo … vado a studiare!

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